La storia della locanda

Le Origini antiche del Ristorante Locanda Antica Pieve

Pochi altri fabbricati della Valdichiana riescono ad evocare più di venti secoli di storia, come avviene per quello che contiene ciò che è sopravvissuto, dell’antichissima Pieve di San Pietro a Potentoro, oggi in frazione Vitiano (Arezzo).

In quest’area, dove sono presenti frammenti di selci che ci riportano alla preistoria, in epoca etrusca venne costruita un’abitazione di un certo interesse, che in età romana venne poi trasformata in un’ampia villa-fattoria con una fronte superiore agli 80 metri. Da qui passava l’antica strada etrusca che da Arezzo portava a Cortona, Chiusi e Perugia, percorsa da Annibale, inseguito dal console Flaminio fino all’imboscata del Trasimeno. I romani la ristrutturarono, la migliorarono e la chiamarono via Cassia. Per secoli transitarono lungo questa strada legioni romane, mercanti, pellegrini.
Ma è con l’epoca paleocristiana (V-VI secolo) che questo edificio vedrà la luce: fu qui costruita una piccola chiesa dedicata a San Pietro, poi chiamata pieve, da plebs, la plebe cioè il popolo che vi si riuniva per pregare, ma anche per decidere su importanti questioni che lo riguardavano da vicino. Si trattava di un edificio piccolo, costruito riutilizzando materiali della ormai decaduta villa romana; anche il ciborio fu realizzato svuotando una stele funeraria romana in marmo.

La pieve di S. Pietro compare per la prima volta nei documenti nella seconda metà dell'undicesimo secolo (1065) e viene detta "a Potentoro" o Pontetoro; in altri documenti del 1098 la troviamo pure con la specificazione "a Botintoro". Nel XII secolo essa venne ricostruita in stile romanico, con belle bozze di pietra arenaria; dalle porzioni sopravvissute vediamo che era ad unica navata, con semplice portale centrale con gli  stipiti decorati da modanature a bastoncino. Aveva due monofore per ogni lato, strette come feritoie. L’altare era una lastra in arenaria, sorretta da pilastro centrale in forma quadrangolare con spigoli smussati. Sopra l’altare c’era un ciborio sorretto da colonnine con semplici capitelli. Il fonte battesimale era in arenaria, di forma ottagonale e con un diametro di circa 80 cm. Attualmente è conservato nella chiesa parrocchiale di Vitiano.
La Pieve di S. Pietro a Potentoro ebbe una certa importanza fra il XII e gli inizi del XIV secolo, quando i suoi pievani venivano incaricati di risolvere varie vertenze. Sappiamo, infatti, che nel 1208 Cristiano, prete e plebanus Sancti Petri plebis de Botentoro fu incaricato dal vescovo di Arezzo di riportare la pace fra i due parroci delle chiese di Rigutino (S. Angelo e S. Quirico). Nel 1303 il pievano Gerardo fu testimone alla pace fra Arezzo e Castiglioni e nel 1311 presenziò alla pacificazione fra i guelfi ed i ghibellini di Arezzo.
Nel frattempo però, l’antico toponimo Potentoro era stato sostituito da quello di Monticello, l’importante castello situato in cima alla vicina collina dalla caratteristica forma tronco-conica.
Agli inizi del XV secolo la Pieve di Monticello appare già in decadenza e verosimilmente senza più la cura di anime, passata alla chiesa di S. Martino di Vitiano. Incominciò ad essere assegnata a sacerdoti appartenenti a ricche famiglie, spesso fiorentine (Ruccellai, Adimari, Bacci), che sfruttavano le ricche rendite dei suoi terreni, ma non si curavano del suo stato e neppure di celebrarci cerimonie religiose.
Una svolta ci fu nel 1610, quando venne nominato rettore il fiorentino Pietro Bocci. A differenza dei suoi predecessori, lui si affezionò all’antica Pieve e ne curò alcuni restauri, come ci informa un'iscrizione collocata su di un architrave di una porta interna ancora visibile: PETRUS BOCCIUS FLORENTINUS PLEBANUS ARETINUS FACIENDUM CURAVI (Io Pietro Bocci, fiorentino, pievano aretino curai il restauro). Il Bocci ne accorciò la navata, fece affrescare sopra l’altare la Madonna del Carmelo assieme ad altri santi ed al suo stemma di famiglia, oggi simbolo de L’Antica Pieve.
Purtroppo, i restauri dell'ultimo Pievano di Monticello non arrestarono la decadenza della Pieve. Essa venne soppressa, come chiesa plebana, nel 1638 a beneficio della chiesa di S. Quirico di Rigutino. Quando il 16 agosto 1646 morì il Bocci la rendita ed il beneficio di San Pietro vennero affidati al Seminario di Arezzo.
Seguì circa un secolo di abbandono, finché nel 1722 fu acquistata dalla famiglia Tavanti di Policiano che la trasformò in casa colonica e la diede poi in dote a Francesca, andata in sposa ad Anton Domenico Rossi di Vitiano. E’ rimasta ai Rossi fino al recente acquisto da parte dei fratelli Caselli.
La Pieve di San Pietro a Monticello, ormai chiamata La Pievuccia, stava pian piano crollando e in più occasioni mons. Angelo Tafi, illustre storico, in televisione e nei suoi libri aveva lanciato affettuosi appelli per la sua salvaguardia.
La recente trasformazione nel complesso turistico, significativamente chiamato L’Antica Pieve, ne ha di certo scongiurato l’ormai imminente crollo e se non ci restituisce l’edificio ecclesiastico, modificato fin dal XVIII secolo, di certo ci permette di apprezzare, dall’interno e dall’esterno, le murature romaniche, le monofore, il portale ed altre particolarità sopravvissute al lungo abbandono.
La sua ubicazione, ai piedi delle colline terrazzate ad olivi, lontana dai centri abitati, con vasti panorami sulla Valdichiana, così come i suoi preziosi silenzi, ci facilitano nell’immaginare un salto nel passato, alle radici della nostra storia, della nostra cultura e della nostra tradizione.

LE EPIGRAFI ROMANE INSERITE NEI MURI DELLA PIEVE:

Avvertenze: tra parentesi tonde sono riportate le parti abbreviate, tra parentesi quadre le parti mancanti e quindi ipotizzate.

Epigrafe approssimativamente di I-II secolo d. C, di due personaggi della famiglia (gens) Laronia (famosa per aver avuto anche un console), riutilizzata quale ciborio della primitiva chiesa plebana, tramite lo svuotamento del lato destro, per ricavarvi l’alloggiamento della pisside.
 
D(iis) . M(anibus)
C(aii). LARON[II]
GEMELLI . A[T]
C(aii). LARONI[I]
POSTVMIAN[I]
PATRI . CARI

Traduzione:

Agli Dei Mani
 di Caio Laronio
 Gemello, ma pure
di Caio Laronio
Postumiano,
cari al padre.
 
Epigrafe frammentaria in travertino, di IV-V secolo:
 
....................
....................
VIENNIAE
SEX  F(iliis)  PROCLAE
I  FI  AVG(usto)  II  B(ixit)  [= Vixit]
CVPITVS
BENEMER(ens)

[Qui giace
X Y, marito]
DI VIENNIA,
SESTO FIGLIO DI PROCLA (o Procula)
IL 1° FIGLIO (oppure l’abbreviazione del nome del console).  AUGUSTO II (al tempo del 2° consolato di XY), VISSE
APPASSIONATO,
MERITANDO (ogni) BENE.